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Come il 3D potrÓ dare nuova vita a Palmira

Come il 3D potrÓ dare nuova vita a Palmira

di Emanuela Mazzucchetti



Palmira, la città delle palme, si trova in un’oasi a nord est di Damasco, in pieno deserto siriano. L’acqua è un bene prezioso in queste terre e per questa ragione Palmira fin dal III millennio a.C. è stata una tappa importante delle vie carovaniere dei beduini nomadi. Col suo nome arabo, Tadmor, è citata già nel Secondo Libro delle Cronache, nella Bibbia, come una città fortificata dal re Salomone. Nel periodo romano cresce di ricchezza e di importanza, fino a diventare nel III secolo d.C. la capitale di un regno indipendente, guidato da una donna, la regina Zenobia.
Ancora oggi la città conta (anche se dovremmo dire contava, visto che a causa delle conseguenze della guerra ora l’area non è più abitata e chissà quando potrà tornare ad esserlo) circa 45000 abitanti. Una traccia viva dell’antica sorgente, calda e dagli effluvi decisamente solforosi, alimentava ancora pochissimi anni fa un’improbabile vasca/piscina privata nel giardino di una casa adibita a locanda ove era possibile piacevolmente immergersi in attesa di poter assaggiare cibi speziati, mentre il vento della sera sollevava la sabbia del deserto. Il tutto con vista sulle palme e sulle rovine.
I primi europei a esplorare la via per raggiungere il sito di Palmira furono alcuni inglesi alla fine del 1600. Si leggono resoconti scritti di questa scoperta circa un secolo dopo (C.-F. Volney, Voyage en Syrie et en Egypte pendant les années 1783, 1784 et 85, vol. II, Parigi 1787), mentre fu durante una spedizione del marzo del 1751 (guidata da M. Dawkins) che vennero realizzati i primi rilievi archeologici ( R. Wood, The Ruins of Palmyra, otherwise Tadmor, in the Desert, Londra 1753).
Per le stesse ragioni che tanto stupirono i viaggiatori del Gran Tour, dal 1980 l’Unesco ha inserito il sito di Palmira nella sua lista mondiale del patrimonio tutelato (http://whc.unesco.org/fr/list/23): “rimarchevoli sono lo stato di conservazione dell’impianto urbanistico, dominato dalla grande via colonnata, le monumentali vestigia del tempio del dio mesopotamico Bel del 32 d.C., l’arco di trionfo, l’area delle sepolture e lo stile delle decorazioni scultoree”. http://whc.unesco.org/fr/list/23/video.
Dal 2013 questo patrimonio era sotto speciale tutela, perché bisognoso di interventi particolari di restauro e di conservazione, e lo sapeva bene Khaled al Asaad, ex direttore del museo e del sito di Palmira, ucciso nel 2015 proprio in quanto simbolo dell’estrema difesa della storia e della tradizione culturale di un luogo tanto prezioso. (http://www.repubblica.it/esteri/2016/04/07/news/siria_a_palmira_con_il_figlio_del_martire_del_museo_difendeva_l_arte_cosi_l_hanno_ucciso_-137076714/?ref=HREC1-6).
Oggi la tutela di questo patrimonio, all’alba della liberazione di Palmira e all’inizio delle operazioni di sminamento, si è trasformata in qualcosa di diverso e più complesso: consiste infatti nel recupero dei resti, nel loro re-inventario e nella ricostruzione. Archeologi di tutto il mondo si sono dunque uniti al progetto UNESCO per contribuire al Million Image Database Project, guidato dall’Oxford Institute for Digital Archaeology (IDA) (http://digitalarchaeology.org.uk/projects): grazie all’ausilio di migliaia di fotocamere digitali 3D archeologi e volontari siriani hanno il mandato di riprendere immagini degli edifici storici di rilievo e dei manufatti della loro regione ((http://observer.com/2015/09/can-3-d-imaging-save-ancient-art-from-isis/). I risultati ottenuti costituiranno non solo la base dell’inventario aggiornato allo situazione attuale, ma anche lo strumento per ricostruire le principali vestigia distrutte (http://www.smithsonianmag.com/history/heroic-effort-digitally-reconstruct-lost-monuments-180958098/?no-ist). In parallelo, infatti, sono state raccolte quante più immagini disponibili delle vestigia prima della loro distruzione: il confronto “prima/dopo” permetterà di valutare al meglio gli interventi di restauro.



Il coinvolgimento della popolazione locale, e non solo degli addetti ai lavori, è fondamentale per consentire la mappatura più completa ed efficace del patrimonio disperso, ma costituisce anche un esempio in positivo di sensibilizzazione in senso lato alla tutela del patrimonio culturale dell’umanità. Non da ultimo, la vocazione turistica di Palmira è senz’altro tra le principali voci economiche del paese ed è anche da qui che è giusto e doveroso ripartire per la ridare nuova vita a questa terra (http://www.wsj.com/articles/palmyra-museum-photos-reveal-the-treasures-lost-1459284776?tesla=y).
La prima applicazione concreta sarà presentata il prossimo 19 aprile a Londra (http://video.repubblica.it/edizione/firenze/a-carrara-rinasce-l-arco-di-palmira-distrutto-dall-is/234642/234291?ref=vd-auto&cnt=1): dalle fotografie si è ricostruita la matrice 3D dell’arco del tempio di Bel, andato perduto. Un apposito software di modellazione ha guidato il braccio di robot ad alta precisione che hanno tagliato a Carrara blocchi di marmo egizio: assemblati, essi forniscono la fedele riproduzione (per ora in scala 1:3) di uno dei simboli dell’antico splendore della città.








Per saperne di più, in inglese: http://www.wsj.com/articles/hope-for-palmyras-future-1459807486

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